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Siamo venute a conoscenza dei Venus In Furs in un piovoso venerdì venturinese e direi che ci sono piaciuti, perché qualche giorno dopo siamo andate a Pisa city per intervistarli.
Appena sono arrivata al Neibar e ho sentito questi che suonavano si capiva benissimo: o li ami o li odi. C’è stato un qualcosa che me li ha fatti rimanere simpatici in tre minuti, tempo di prendere l’ammazzacaffè.

Ci troviamo alla Backstage Academy, a due passi dalla Torre: uno spazio per giovani musicisti, con sale prove e corsi di tutti i tipi, dalla batteria all’ukulele, dal sassofono alla tromba, addirittura il corso di cornamusa! E’ gestita da Giovanni, che ci accoglie facendo gli onori di casa.
Ma veniamo a loro. Sono Claudio Terreni (voce, chitarra e pianoforte), Giovanni Ciancia Boschi (batteria e cori) e Marco Zorro Doni (basso e cori), sono della provincia di Pisa, sono alla terza uscita del secondo album e questo è quello che è uscito fuori da una chiaccherata con i Venus In Furs.

-Come nascono i Venus In Furs?

Claudio: Io e Zorro ci siamo conosciuti in prima superiore, al linguistico di Pontedera. Eravamo 27 femmine e 3 maschi, e noi stavamo accanto in una sorta di solidarietà maschile. Così ci siamo conosciuti. Suoniamo insieme da 13 anni. Io avevo un gruppetto, lui stava iniziando a suonare il basso nella mitica cover band di Robbie Williams! Mentre in quegli anni Giovanni, probabilmente andava all’asilo!
Quando abbiamo fondato i Venus In Furs c’era anche Giampiero, polistrumentista, che ci ha accompagnato fino alla registrazione di Carnival. Siamo stati compagni di avventure per un lunghissimo periodo, finché lui non ha scelto di prendere una strada diversa. Dopo anni che suoni e ti sbatti può tranquillamente succedere che ti passa la voglia – molto banalmente – questo non è un settore dove c’è tanta gratificazione. Giovanni è entrato in formazione più di recente, era il 2012.

-Parlate di difficoltà, eppure in molti ancora tentano la strada del musicista per sfondare “facilmente”..

Claudio: Si ma vedi, ti porto il nostro caso. Ti fai il culo per 15 anni e poi ti ritrovi a fare tour su tour (che già è una manna) sparandoti 7 ore di furgone di notte, caricando e scaricando continuamente cose e sperando che il classico guasto al motore di turno non ti porti a star fermo in una piazzola d’emergenza per ore. 

Ma queste son cose che servono, nonostante molte band puntino ad avere l’uovo oggi, invece che la gallina domani. Oggi ad esempio va molto di moda il cosiddetto Indie che, nella sua accezione commerciale, non significa una mazza. Indie in realtà  sta per indipendenti e noi lo siamo totalmente. Stiamo finendo ora di pagare le rate di Carnival perché noi tre, per autofinanziarci il disco, abbiamo preso quei famosi libretti al portatore per giovani gentilmente concessi da Poste Italiane.
Però è normale quando sei innamorato di quello che fai. Suonare ci porta via veramente tanto tempo, è un lavoro enorme. Ti faccio un paragone: per noi il gruppo è come una barca a vela: c’è l’equipaggio, c’è il progetto, ci sono momenti in cui hai il vento in poppa e non devi far altro che aprire le vele e andare, come è successo a noi nel 2009, e poi ci sono altri momenti di calma piatta, in cui se vuoi andare avanti devi rimboccarti le maniche e remare. Il 95% dei momenti sono questi ultimi casi. 
Beh, tanto investimento …per un sogno, insomma.

Claudio: Quando ero ragazzino non mi sarei mai immaginato di fare concerti con cinquecento persone, delle quali almeno la metà conoscono i pezzi del disco uscito la settimana prima, oppure di suonare sullo stesso palco con artisti che erano i miei idoli del tempo, tipo Verdena e Aftherours. Insomma per quello che era la mia ambizione da bimbo sono già un bel pezzo avanti. Quindi non lo chiamerei sogno, men che meno una passione o un hobby. E’ un lavoro a tutti gli effetti, una vocazione.

-Possiamo dire che siete imprenditori di voi stessi.

Zorro: Si, decisamente. E’ una cosa più vicina all’imprenditoria che all’hobbistica. Per come siamo noi, che abbiamo fatto sempre tutto da soli, è stato fondamentale imparare a gestirci, per tutta una serie di contingenze. Sarebbe bello tornare in sala prove con la stesso entusiasmo di quando sei ragazzetto, quando l’unica cosa importante è suonare. Però poi ti devi rendere conto che c’è anche altro e se davvero ti interessa andare avanti, ti ci devi confrontare e devi imparare a gestirti. E’ vero che la musica è arte, ed è tutto giusto e bellissimo, ma in maniera pragmatica consideriamo il gruppo è qualcosa di molto simile ad un’azienda che però sarà sempre in rimessa. 🙂

Ci sono artisti che con poco lavoro hanno saputo azzeccare un linguaggio attuale, di moda in quel momento e riescono a fare quel salto che è molto più lungo di un gruppo che magari si sbatte da vent’anni. Anche se è indubbio l’autenticità del secondo rispetto al primo. Quando sento gente che parla di truffe, di complotti delle case discografiche, mi si chiude la vena. Fare musica non è obbligatorio. Se pensi di guadagnare di più facendo l’ingegnere, vai a fare l’ingegnere.
Parlo personalmente, io ho sacrificato tantissimo l’università, sono fuori corso e devo dividere la settimana tra sala prove e tour in giro per l’Italia. Però se quando siamo ad un concerto dove ci sono venti persone scarse, e queste venti rimangono contente, lo sono anche io. Ho compiuto la missione.

Sinceramente, è molto raro il vostro approccio. Si percepisce molta voglia di fare, un grandissimo impegno..

Giovanni: Due giorni a settimana facciamo le prove, se siamo in Tour significa stare fuori casa tre giorni a settimana, e non andiamo certo a dormire in hotel 5 stelle. Suoniamo per il piacere di suonare ed è uno dei nostri pregi, partendo dal presupposto che suoneremmo anche a gratis. (Ma non lo dite in giro!)

Claudio: Siamo riusciti a fare 90 date in un anno. Ma ti farei vedere che date! Suoniamo perché ne abbiamo bisogno noi per primi. Il famoso concerto a Taranto per 60 euro, lo racconto spesso ai ragazzini dei gruppi più giovani che fanno discorsi strani. Che ci siano 5 o 300 persone, suoniamo con la stessa intensità. Dal palco di 250 metri quadri, a suonare magari accanto alle slot machine. Cerchiamo di metterci in contatto con il pubblico ed è questa la cosa più importante.

Mi pare di capire che siete spesso in giro per concerti…

Giovanni: In realtà sono “soltanto” quattro anni che suoniamo dal vivo con in tour, e questo è stato possibile grazie a Filippo Baraglia (di Yummy Truffles Collective Booking)   che ha investito energie su di noi e che stimiamo molto. Prima avevamo qualche data, ma niente di continuativo: mi chiedo come s’è fatto negli anni precendenti a stare sempre in sala prove..oioia!
Filippo è stato indispensabile per come ci ha dato una mano all’inizio. Dopo svariate richieste da parte nostra, ci ha chiamato un bel giorno dicendoci: preparatevi che sabato si parte.

Venus in Furs

Cosa consigliate ai giovani che iniziano oggi a fare musica?

Claudio: Manuel Agnelli ci ha dato un consiglio; quello di trovarsi un lavoro che ti permetta di fare il musicista per il resto del tempo. Lo condividiamo, lo abbiamo fatto nostro. Alla fine non è sempre tutto rose e fiori, per questo è fondamentale avere le spalle coperte! Questo consiglio lo rigiro a tutti coloro che si approcciano alla musica oggi.

Mi parlavate dell’importanza del pubblico, in qualche modo mi sembra di averlo capito quella sera al Neibar, ma vorrei spiegarlo a chi ancora non ha avuto occasione di vedervi dal vivo.

Giovanni: La risposta da parte del pubblico ci fa piacere ma rimaniamo comunque umili. Ovviamente, come si diceva prima, suonare davanti a mille persone è bello, però anche se te ne ritrovi davanti quindici, sono quelli che magari si sono fatti chilometri per vederti. Non puoi deluderli.

Claudio: Io subivo molto gli imprevisti, e per questo non riuscivo a trovare il giusto contatto con il pubblico. Per ovviare a questo problema ho iniziato a seguire tre grandi artisti toscani: Bobo Rondelli, i Gatti Mezzi e gli Zen Circus. Me li sono studiati, nell’accezione postivia del termine, da loro ho imparato a gestire l’ansia, i momenti fuori programma, la scuola Toscana in questo senso mi ha insegnato molto. Mi sono visto tantissimi live di questi ed altri gruppi. Un po’ come quelli che qui vengono a vedere i clinic di batteria, noi abbiamo fatto lo stesso ai loro concerti e devo dire che ha funzionato. Siamo riusciti ad accorciare la distanza fra palco e pubblico, specie nelle difficoltà. 

Zorro: Ovvio, se suoni davanti ad un casino di persone, tutti caricati a molla, è normale che vada bene. Fai il tuo concerto e via. Puoi rimanere male quando invece non c’è tanta gente, ma non suonare con la stessa carica, vorrebbe dire offendere quella persona che è venuta ed è lì per ascoltarti e passare una bella serata.

Claudio: Altra cosa per capire chi siamo: non è una cosa boriosa, ma giusto per riallacciarmi al discorso di prima. Seppure abbiamo dei numeri umilissimi il feedback del pubblico è molto alto, nonostante non siamo così social, questo è perché comunque c’è sempre quel famoso dialogo. Nonostante il disco sia uscito più di due anni fa, quindi è già passato diverso tempo. E’ come se i nostri numeri non fossero molto coerenti, in positivo. Insomma è un micro pubblico il nostro, ma molto fidelizzato.
E questo è dovuto anche al fatto che ci fermiamo a parlare dopo i concerti, non esiste solo il dialogo sui social (sembra strano da dire oggi, ma è sempre stato così e sempre così sarà). 

Tipo come è successo con noi, al concerto dove vi abbiamo conosciuti!

(E’ andata proprio così: una volta finito, ci siamo ritrovati a chiaccherare del più e del meno, una cosa che in effetti non capita sempre, forse è proprio grazie a quella mezz’ora insieme che anche questa intervista ha avuto modo di esistere.)

Claudio: Esattamente!

Cambiamo discorso. Background musicale? Lavorando insieme, pensate di esservi un po’ influenzati?

Claudio: Fottutamente influenzati l’un l’altro. Mentre vi aspettavamo Zorro ha attaccato un accordo, io sono uscito cantando subito quella cosa lì, ovvero i Placebo, gruppo che lui mi ha infilato nel cervello come un chiodo al titanio. Magari in un anno ascolto 5 album di altrettanti nuovi artisti, tutti consigliati da loro.

Giovanni: ero il loro primo fan, nel 2009, quando hanno vinto l’Italia Wave di Livorno ero sotto al palco. Avevo quattordici anni. Vengo dal metal ma con il passare del tempo mi sono un po’ affinato. Ora mi sento davvero parte del progetto, lo sento mio.

Claudio: Se vi capiterà di guardare il video di quel giorno, vedrete in prima fila molta gente normale e poi un goblin, ecco quello era Giovanni!

Due curiosità: la canzone Anita mi piace da morire. A chi è dedicata, se si può dire.

Claudio: Anita è la classica ciambella venuta col buco. Anche a me piace, è semplice ma anche frivola. E’ un retaggio del passato, il pezzo, in quel momento lì è uscito proprio bene.
Il video di Anita è lo specchio di ciò che siamo, di quello che facciamo. Ci ritrae nelle più disparate situazioni. Non lo abbiamo girato noi, bensì sono tutta una serie di momenti, immortalati da Saiara Petrazzi, quando è venuta in tour con noi e che ha montato. Quando lo abbiamo visto la prima impressione è stata: questi siamo noi!

Nonna sono arrivati i nazisti…. come vi è venuta in mente? E’ una figata perché l’ascolti una volta e ti rimane in testa.

Claudio: Non ricordo come ci sono arrivato. E’ stata scritto di getto, sicuramente ero in Fi-Pi-Li. I nostri pezzi non parlano di politica, ci vogliono delle spalle larghe per farlo che a mio parere non abbiamo ancora. Anche quella se vogliamo è stata una ciambella uscita con il buco. Non sempre è così.
Anche in Battle non si parla tanto di impegno politico, quanto di impengo personale. Il titolo non ci incastra niente, viene da un gruppo incredibile, i Battles, perché ci siamo resi conto che una cella ritmica che stavamo suonando somigliava molto ad una loro canzone. Alla luce del testo, comunque il nome ci stava bene, alla fine è una sorta di battaglia personale per rimanere qui, nel nostro paese. Senza giudicare chi invece parte. Assolutamente.

Progetti futuri?

Claudio: Manuel Agnelli quel giorno ci ha dato un gran consiglio. Averlo fatto nostro, è stata una delle cose più intelligenti che abbiamo mai fatto per salvaguardare la longevità del progetto. Noi non abbiamo mai preso un euro dai concerti. Con i soldi dei tour si reinveste nel gruppo. Il primo anno lo facemmo in FIAT uno. Adesso abbiamo un pulmino, sgangherato ma c’è.

Zorro: …scrivere un disco più bello di quello appena uscito. Ci vorrà un po’. Considera che ad esempio di Vieri, esisteva la musica mentre le parole sono arrivate sei anni dopo.
Penso che torneremo anche a suonare a Pisa. Pisa è casa, e non ci piace fare concerti mercenari. Andiamo davvero dovunque, non varchiamo i confini nazionali solo per la lingua, ma in futuro, chissà…

Abbiamo anche progetti paralleli, ma di questo ne parleremo alla prossima intervista!

Venus in Furs

Un momento dell’intervista alla Backstage Academy

Ringrazio Claudio, Zorro e Giovanni per il tempo concessoci e per la bellissima chiaccherata. Loro si definiscono teologi della musica, per me sono semplicemente…un gruppo della Madonna!

Sicuramente li vedrete in giro, prima o poi!

Alessandra

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