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Oggi, 21 marzo, è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Chi sono i mafiosi? Dove vivono, che pensieri hanno? La mafia è evanescente, è come un virus che non lo vedi ma c’è e ti contagia anche senza saperlo. Anche quando hai preso le massime precauzioni e sei stato vaccinato.

La mafia

Nel 1992 avevo sei anni. Un giorno come tanti la maestra entrò in classe e ci parlò di un albero un po’ speciale. Si trovava in Sicilia, a Palermo. Era cresciuto davanti alla casa di Giovanni Falcone e dopo la sua morte, era divenuto un simbolo di speranza e di coraggio. Mi è rimasto impresso anche se ero troppo piccola per capire, e la Sicilia troppo distante. Falcone dava fastidio e andava eliminato. Per farlo, non bastava sparargli, sventrarono un’autostrada.Tre macchine saltarono in aria e insieme a lui trovarono la morte la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Pochi giorni dopo la stessa sorte toccò al collega Paolo Borsellino.

Strage di Capaci

Giovanni Falcone, ucciso con mille chili di tritolo

Nel 1994 avevo otto anni. Al telegiornale parlavano di una donna uccisa in circostanze misteriose a Mogadiscio, insieme al suo cineoperatore. Si chiamava Ilaria Alpi, aveva scoperto un traffico di armi e rifiuti tossici provenienti dall’Italia. A distanza di oltre 20 anni non è stata fatta chiarezza, mentre moltissimi sono stati i depistaggi. Che colpa aveva? Il suo lavoro di giornalista. E’ stata da qualche parte dove non sarebbe dovuta andare, dissero. E ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, aggiunse qualcuno. La sua morte non porta direttamente la firma di Cosa Nostra, ma chi l’ha uccisa può definirsi sicuramente un mafioso.

Nel 1996 avevo dieci anni. Appresi con un certo stupore la storia di un bambino poco più grande di me, che era stato sequestrato e tenuto prigioniero per molti mesi, prima di fare una fine terribile. Si chiamava Giuseppe Di Matteo. lo sciolsero nell’acido. L’unico errore della sua vita era stato quello di avere un padre che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Ancora non capivo, non avevo gli strumenti adatti. Il mondo dei grandi però, iniziava a non piacermi proprio.

La mafia è il cancro di questo paese

Crescendo, iniziai a capire che questa mafia, non uccideva soltanto le persone, ma come un cancro, toglieva energia alle cellule buone, non si accontentava mai ma ne voleva ancora e ancora…e più si nutriva e più cresceva. Dal sud al nord, nessuno era immune.

Con gli anni ho conosciuto molte storie: Peppino Impastato la definì una montagna di merda. Proveniva da una famiglia mafiosa, ebbe il coraggio di rompere con il padre e denunciare gli affari e i crimini che venivano perpetrati nella sua città. Per questo venne ucciso. Abitava a soli cento passi dalla casa del Boss Badalamenti, il mandante della sua morte. Era il 1978.
Don Pino Puglisi fu ammazzato solo perché cercava di dare un futuro diverso ai bambini della sua parrocchia. Li toglieva alle cosche, voleva far capire loro che esisteva un’altra vita, oltre la mafia, un altro mondo, sicuramente più bello e colorato. Per questo non piaceva, andava eliminato e così è stato. Era il 1993.

i funerali di Peppino Impastato

i funerali di Peppino Impastato

Ancora oggi la mafia uccide, in molti modi diversi

Ho capito che la mafia è nei campi di pomodori in Puglia dove ci sono schiavi sudanesi che lavorano per una miseria, per due o tre euro al giorno quando va bene. Se non crepano prima sotto il sole di luglio.
E’ sui marciapiedi dove giovanissime ragazze nigeriane sono costrette a prostituirsi senza alcuna possibilità di ribellarsi. E quando rimangono incinta abortiscono da sole. Muoiono ammazzate dalla setticemia, o dalle botte dei loro sfruttatori. Poco più che bambine, sono quelle che vediamo di notte, seminude ed infreddolite.

La mafia è quella che gestisce il traffico di eroina e di cocaina dall’Afghanistan e dal Sud America. Che riempie i SERT e se ne frega se qualche tossico ci crepa con l’ago ancora nella vena. Ha distrutto generazioni intere ed ancora non ha perso il vizio. Che trova sempre nuovi modi per trasportarla, nuove sostanze da immettere in un mercato che non conosce crisi. Non esiste destra o sinistra, andate il sabato sera in un locale qualunque di una qualunque città e contate quanti sono quelli alterati. Forse dovrete comprendere anche voi nel totale.
Coltivare una pianta d’erba e legale, ancora non ho capito come mai. O forse si.

Sono stati dimostrati ampiamente legami tra mafia e politica e se qualcuno ha pagato non è certo chi si trovava ai piani alti. L’argomento è talmente delicato che non è questo articolo la sede per approfondire la questione. Ma già così, dovrebbe essere molto più preoccupante di quello che sembra.

Davide contro Golia

La cura esiste: si chiama legalità. Ci sono anche persone che non si sono lasciate sedurre o intimidire e continuano a camminare anche per chi non lo può più fare. C’è chi utilizza le terre ed i beni confiscati alla mafia per ridare speranza e per far crescere i frutti della legalità. Come Libera, che ogni anno organizza campi di lavoro portando in Sicilia, in Calabria e in Puglia, ragazzi provenienti da tutta Italia.

Ci sono poliziotti incorruttibili, magistrati che svolgono il loro lavoro sotto minacce di morte costanti. Ci sono giornalisti con la scorta e maestri, professori che ogni giorno parlano e raccontano di un’Italia diversa. Senza mafia, senza pizzo, senza morti.

Ragazzi che raccolgono patate in un terreno confiscato alla mafia

i frutti della legalità

La mafia fa comodo a qualcuno, o forse è diventata troppo scomda. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

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